Free Me Tomorrow

Tributo a Nizza

Post direttamente ricopiato dal mio vecchio forum.
Scritto 10 anni e 4 giorni fa, poco dopo aver scoperto che, di lì a breve, i miei genitori avrebbero venduto il buco di appartamento che avevamo a Nizza, dove avevo trascorso buona parte delle mie precedenti estati.

19/07/2006 @ 17:17

 Titolo: Nizza.

 

Svolgimento: Fine.

Da qualche mese a questa parte provo una sottile inquietudine perché sento che qualcosa sta per finire. Qualcosa che è durato per più di 10 anni e che ora sta lentamente arrivando al termine della corsa.

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Avevo circa 10 anni.
Era la prima volta che vedevo lo scheletro di un palazzo così da vicino, un’ immagine che comunque di rado lascia particolari emozioni. Non era dotata di nessun tipo di bellezza, nessun ricordo particolare.
Eppure quell’immagine è riuscita a conquistarsi un ampio e comodo angolino nella mia memoria.
Mi era impossibile all’epoca credere che da lì a breve in quel palazzo ci avrei passato 12 estati della mia vita; eppure nasceva in me il chiaro intento di non dimenticare mai quell’immagine apparentemente insignificante.

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La Ford è carica di ogni tipo di mobilio e scatoloni a tal punto che io e mia madre siamo costrette a prendere il treno. Il viaggio sembra interminabile. 5 ore di attesa. Mezz’ora fermi al confine.
Mia madre ride. Ha appena visto una spiaggia piena di gente completamente nuda.
Siamo in Francia.
Dal taxi intravedo una città enorme, piena di negozi e strane insegne che riportano la scritta “Casino”.
Arriviamo in Promenade e io tra me e me penso che non vedo l’ora di andare al mare.
L’appartamento è vuoto, non fosse per un letto a castello e una poltrona. Sa di nuovo.
Vado sul terrazzo. Il terrazzo è enorme e silenzioso. Vedo che affaccia su un giardino ben ordinato e colorato e mi sembra di averlo già visto.
Chiedo a mia madre se posso andarci. Lei risponde che il giardino è lì per bellezza e che non è fatto per andare a giocarci. “Bella fregatura”, penso io.
Mi spavento quando avverto il suono ancora sconosciuto del MIO citofono.
Aiuto papà e fratello a portare su mobili e scatoloni.
I chiodi non si incastrano, mancano i cacciavite giusti, le istruzioni sono incomprensibili ma mi diverto a montare l’armadio insieme a mio fratello mentre lui tira fuori le sue solite battutine per farmi ridere.
Ad ora di cena sono stremata.
Il letto non è dei più comodi ma mi ci abituo in breve tempo.

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Finalmente quest’anno ho qualcuno con cui passare il tempo. Sara ha accettato di venire al mare con me. Non so ancora se si divertirà ma spero di sì.
Mia madre ci sveglia ogni mattina per andare al mare. I nostri bagni durano un’eternità anche se Sara sta sempre dove si tocca perché ancora non sa stare a galla.
Quando sentiamo il cannone del castello che spara e annuncia mezzogiorno, ci facciamo l’ultimo bagno e torniamo a casa.
La salita all’una è interminabile. Il sole non dà tregua.
Non vedo l’ora di arrivare in quell’ascensore e raggiungere la cucina per dissetarmi e rimpinzarmi di baguette tra le urla di mia madre che mi dice di non esagerare col pane che poi mi passa la fame.
Il mio sottobicchiere è sempre verde. Quello di Sara è rosso.
Dopo pranzo i miei vanno a riposare dentro e noi rimaniamo sul terrazzo a giocare a carte e a dadi.
Quando i miei si sveglieranno andremo di nuovo al mare che magari a mio padre viene voglia di prendere la macchina e accompagnarci e possiamo evitare la salita per oggi.
Mio fratello dorme nel letto sopra al mio e continua a buttarmi cose addosso.
E le sue barzellette sono talmente stupide che fanno morire dal ridere. E fanno morire di rabbia mia madre che vorrebbe dormire.

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Quest’anno siamo sole con mia madre ma c’è anche Laura.
Abbiamo iniziato ad uscire di sera e a guardare i ragazzi “fighi” sulla promenade.
Stasera abbiamo convinto mia madre a farci uscire fino all’una. Laura è alle prese col suo spasimante. Io e Sara giriamo tutta la sera senza meta.
Non vedo l’ora di tornare a casa. Ho le lacrime agli occhi, una mano indolenzita e sono stretta stretta a Sara. Sara trema, piange ed è piena di lividi. Questa sera qualcuno ci ha fatto passare la voglia di uscire fino all’una.

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Finalmente siamo da sole. Laura è maggiorenne e mia madre ha acconsentito a farci stare da sole al mare solo in sua presenza. Ma Laura non può restare e io e Sara restiamo da sole.
Non sappiamo se entrare in quel bar o no. Sara è spavalda ed entra. Chiede un thè freddo al limone. Il “figo” dice che il thè freddo non ce l’ha, ma se vogliamo ha dell’orangina.
Davìd è bellissimo. E’ mezzo francese e mezzo spagnolo. Ha degli occhi in cui perdersi, delle spalle bellissime e pure il culo non è male.
E così siamo a Villefranche con lui, a prenderlo per il culo perché non sa parlare in italiano.
Siamo a Saint Raphael sulla spiaggia fino alle 5 di mattina ad insegnare a lui e al suo amico il ballo del pinguino.
Quest’anno non me ne voglio andare.

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Chissà se quest’anno Davìd ci proverà finalmente con qualcuna. Chissà se quest’anno Laura manderà a fanculo quello stronzo che continua a chiamarla dal balcone “Lorà Lorà!”.
E chissà se quest’anno verranno a derubarci. Laura ha notato che su tutti i campanelli ci sono scritte delle lettere “R” “A” o “C”. Forse ci controllano per vedere se siamo o meno in casa e quelle lettere distinguono le case vuote dalle piene.
E via di alcool per levare tutte le lettere dal nostro campanello.
E via di mobili spostati ogni notte davanti alla porta per evitare che qualsiasi intruso possa intrufolarsi nel nostro regno.
Quest’anno me ne voglio andare.

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Quella macchina sfrecciava a velocità supersonica e mio fratello non è riuscito ad evitare che l’Espace che era davanti a noi ci finisse sul cofano per l’impatto.
Sono incazzata nera, urlo, bestemmio contro lo stronzo col BMW che tanto non mi capisce perché è ucraino. La mia pinza s’è rotta quando sono andata a finire contro il parabrezza. Ho un ginocchio dolente e gonfio ma non voglio andare in ospedale e dico che sto bene ai soccorritori.
I signori che gentilmente si sono offerti di darci qualcosa di fresco da bere per farci riprendere dallo spavento sono gentilissimi. Un po’ strani, ma molto simpatici.
Infatti hanno origini italiane e si divertono a suonare e cantare “Maruzzella”, vecchia canzone napoletana a me ancora sconosciuta.

Sono in bagno, per terra, avvolta di carta igienica che faccio il cagnolino della tenderly. Sì, sono decisamente ubriaca.
Il mio è semplicemente un modo per attirare l’attenzione ma ne’ mio fratello ne’ Sara sembrano intenzionati a staccare le loro lingue vicendevolmente.
Non vedo l’ora che arrivi Fabio.

 

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Per la prima volta quest’anno vado al mare col mio ragazzo. Siamo in 8 in una stanza ma facciamo casino come fossimo 40. E’ strano che quest’anno nessuno ci abbia ancora detto “J’appelle la police”.
Sara se ne va troppo presto. Laura non è proprio venuta.
Mi diverto ma questa non è la solita Nizza.

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Non voglio che tutto questo finisca. Non voglio lasciare quel terrazzo su cui fa sempre freddo, quel giardino pieno di gatti, quella cucina elettrica che si rompe sempre, quel bagno senza finestra che trattiene tutti gli odori, quella doccia talmente piccola che non puoi evitare di andare a sbattere.

E le mattine piene di morti viventi che chiedono cibo sul terrazzo e le sere passate a decidere se uscire o meno, e i pomeriggi passati a cercare qualche anima pia che ci spronasse ad uscire di casa per andare in spiaggia.

Quella casa piccolissima lascerà un ricordo bellissimo e vivo dentro di me in eterno.

Addio Nizza. Quest’anno ti saluterò con gli occhi lucidi e il cuore in gola.

 

 

 

partorito da EsNesNon

 

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